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In Italia una persona su tre vive da sola: è la solitudine di massa, malattia sociale invisibile
L'epidemia di solitudine, causata dall'isolamento digitale, dallo sfaldamento delle famiglie, sta corrodendo il tessuto sociale italiano
C’è una malattia silenziosa che, in Italia come nell’intero Occidente, sta corrodendo da dentro la fibra del legame sociale: l’epidemia di solitudine. Evidenza palpabile di cui ciascuno, bene o male, ha contezza nel quotidiano. Ma le statistiche sono implacabili: secondo gli ultimi dati Istat, riferiti al 2025, ben più di un terzo dei nuclei familiari italiani, per l’esattezza il 37,1%, è composto in realtà da una sola persona. Vent’anni fa erano un quarto. L’anno che ha fatto da spartiacque è stato il 2022, quando per la prima volta nella storia del nostro Paese i single hanno superato le coppie con figli (33,2% contro 31,2%). A saltare agli occhi è l’aumento degli individui soli nella fascia d’età mediana, attorno ai 40 anni. Una tendenza a cui si somma l’isolamento degli anziani, sempre più numerosi a causa della forbice, via via più larga, fra l’invecchiamento della popolazione e il declino della natalità. Chi ha più di 65 anni forma una coorte di 14 milioni 821 mila unità, il 25% del totale. In crescita gli ultra-ottantacinquenni (2 milioni 511 mila, + 101 mila rispetto a due anni fa). La società italiana sembra scivolare sul piano inclinato di un perdita di vitalità generalizzata. Da un lato, con famiglie, dette «unipersonali», che famiglie non sono, e dall’altro, nel palese e progressivo decadimento senile.
Il più grande studio finora uscito sul tema, pubblicato dalla rivista scientifica Nature nel 2024, definisce la solitudine «una seria minaccia sia per il cervello che per il corpo», perché «provoca ansia e depressione ma anche patologie pericolose per la vita, come le malattie cardiovascolari, l’ictus, l’alzheimer e il parkinson».
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